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Testo in italiano                                                            23 novembre 2014   

Giorgio Napolitano,
coperto di ridicolo, viene spinto
a togliersi dai piedi

 

Giorgio Napolitano
il criminale

Denunciato penalmente da Stefano Surace - per conto del Partito Secessionista dell’Italia Meridionale che presiede – per genocidio e crimine contro l’umanità dinanzi alla Corte criminale internazionale dell’Aia, ad altre istanze internazionali competenti e ai governi di diversi Stati per le sue indiscutibili e determinanti responsabilità nel disastro criminale della « terra dei fuochi »

Nonché poi interrogato dalla magistratura italiana come un volgare impostore su un altro affare ben scabroso, la trattativa stato-mafia, manifestando una cupa omertà sull’argomento in perfetto stile tre scimmie « non vedo, non sento, non dico »…

E’ così che il Napolitano, fino a quel momento coperto di osanna, si trova ora sommerso di ridicolo con l’opinione pubblica che si chiede cosa aspetta a togliersi dai piedi, lasciando libera quella poltrona che indebitamente ricopre.

Come Pertini…

Gli sta succedendo insomma qualcosa di simile a quel che avvenne, sempre a seguito di una celebre inchiesta di Surace, a un altro capo dello stato italiano che era ancora più osannato di lui, Sandro Pertini.

Surace infatti appurò e rese pubblico urbi et orbi che era stato proprio Pertini, a suo tempo, a dare l’ordine di uccidere Mussolini nel modo spregevole che si sa, contro la volontà degli alleati e della maggior parte dei capi della resistenza italiana.

Ingannando anche i suoi compagni partigiani che avevano catturato Mussolini a Dongo e volevano restasse vivo.

Sandro Pertini
il freddo assassino

Col connesso mistero dell'oro di Dongo, cioè del tesoro della repubblica di Salò che Mussolini aveva con sé quando fu catturato, e che scomparve come nebbia al sole.

Mistero che non sarebbe stato tale se Pertini non avesse fatto uccidere Mussolini. E quanto a coloro che cercarono poi di testimoniare su quella sparizione furono tutti, a loro volta, "misteriosamente" uccisi.

Pertini si era dunque sporcato dell’assassinio a freddo, in circostanze particolarmente indegne, di un prigioniero indifeso.

Tanto più che, se Pertini a quell’epoca era vivo e sano, lo doveva in gran parte proprio a Mussolini.

Quando difatti era stato lui nelle mani di Mussolini (era stato arrestato e condannato per cospirazione contro lo Stato) Pertini era gravemente ammalato di tubercolosi, malattia da cui all'epoca ben difficilmente si guariva da liberi, e figurarsi in prigione.

Sarebbe stato facile dunque a Mussolini eliminare definitivamente questo suo
nemico accanito, poiché nessuno si sarebbe sorpreso se in carcere la malattia avesse seguito il suo corso abituale, e Pertini fosse deceduto.

La galera non è un grand hotel e, se vi si entra sani, dopo un lungo soggiorno si esce quasi sempre malati se non - come suol dirsi - "coi piedi in avanti".

Ebbene, a Pertini successe esattamente il contrario: entrò gravemente malato e uscì ben sano…

Infatti Mussolini (sollecitato da Nenni, suo vecchio amico e conterraneo, anche se diventato suo avversario politico) gli fece fare cure così assidue ed efficaci da guarirlo completamente, al punto che Pertini arrivò poi a tarda età in condizioni di salute ed efficienza eccezionali.

Se quindi poté poi giungere a diventare Presidente della Repubblica lo doveva proprio alle cure che Mussolini gli aveva fatto fare, non immaginando
certo che, una quindicina d'anni dopo, proprio lui lo avrebbe fatto uccidere senza pietà.

Lo sdegno di Nenni, Parri
e Schuster

Pietro Nenni e molti altri capi antifascisti non perdonarono mai a Pertini quel massacro che giudicavano di una viltà degradante che gettava una pesante macchia sulla resistenza sporcando gravemente l’immagine dell’antifascismo e del popolo italiano.

Per esempio Ferruccio Parri - che sarà poi a capo dei primi governi dopo la fine della guerra - definì quell’eccidio « una macelleria messicana ».

Il Cardinale di Milano Ildefonso Schuster - che si era interessato perchè Mussolini si consegnasse spontaneamente, con garanzia della vita - affermò "solo i barbari possono permettersi simili gesta".

Ebbene, l'impatto dell’inchiesta di Surace su tutto ciò fu particolarmente duro.

Giornalisti e politici di tutti i paesi contattarono a Roma il Quirinale sollecitando una smentita. Ma Pertini, abitualmente così accessibile ai media, era introvabile; e la sua segreteria e il suo servizio stampa, fino a quel momento così attivi ed efficaci quando si trattava del suo prestigio, si chiusero in un mutismo imbarazzato.

L'immagine di Pertini crollò di colpo nel mondo intero.

 

Il « samurai senza macchia »…

Il corrispondente giapponese a Roma del giornale "Asahi Shimbun" di Tokyo sembrava particolarmente scioccato.

Pertini era stato infatti il primo capo di stato ad avere l'onore di essere invitato dal governo giapponese a fare un discorso all'Assemblea nazionale di quel paese (il secondo sarà Mitterrand) il presidente di quell’Assemblea avendolo presentanto come un "samurai senza macchia"…

Ma l’inchiesta di Surace mostrò che i giapponesi erano stati pesantemente ingannati.

Quel corrispondente nipponico non si fece "hara-kiri" ma poco ci mancò, a quanto si disse…

D’altronde non era l'unico a sentirsi tradito e ridicolizzato, ma tutta la stampa e tutti i capi di stato del mondo, che avevano fatto a chi meglio colmava Pertini di gloria ed onori.

Potevano dunque ora tutti questi personaggi - la cui prima qualità doveva essere di non farsi facilmente imbrogliare - confessare di essere caduto in una tale trappola come marmocchietti, nonostante i potenti mezzi di informazioni di cui  disponevano?

Che fare per evitare guasti alla loro immagine indispensabile di uomini avveduti ?

Una sorta di accordo tacito si istallò: liquidare subito Pertini senza chiasso, e soprattutto senza confessare che li aveva tutti imbrogliati.

Alle elezioni presidenziali che ebbero luogo pochi giorni dopo, le previsioni prima dell’inchiesta di Surace erano che il super-popolare Pertini avrebbe ricevuto circa 700 voti dai grandi elettori (deputati e senatori) il che avrebbe comportato largamente la sua rielezione.  E secondo le testimonianze dei suoi prossimi era certo di essere rieletto.

Ma appena dopo quell’inchiesta di Surace tutti coloro che lo appoggiavano si ritirarono, non sempre educatamente. E Pertini si ritrovò con... 12 voti, per cui dovette lasciare inaspettatamente la sua poltrona, che venne passata a Francesco Cossiga.

Gli si negò anche il premio di consolazione, la presidenza del Senato. Divenne anche improponibile per il premio Nobel per la pace del quale si era previsto gratificarlo.

Fu escluso anche che fosse lui a pronunciare, com’era stato previsto, il discorso ufficiale al Parlamento europeo per la celebrazione del quarantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale e la riconciliazione generale...

Restava comunque a Pertini il titolo di senatore a vita, a cui hanno diritto tutti gli ex capi di stato italiani. Ma quando provò a metter piede in Senato, il malessere dei senatori fu così evidente che non gli restò che astenersi dal frequentarlo.

E anni dopo nessuna personalità ritenne di partecipare al suo funerale.

Sic transit gloria mundi… specie se usurpata.

 All’epoca transit per Pertini ed ora per Napolitano…

Affare da seguire.

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